Chile, Argentina · 9 Days · 54 Moments · February 2017

Patagonia diaries.


1 March 2017

Il museo è una struttura aperta da una donna inglese, arrivata carica di scheletri di bestie marine -interesse piuttosto curioso ancor più che macabro- e, dopo essersi sistemata col latifondista locale, scopre per caso il valore dell'ossario che si è trascinata dietro. Decide, quindi, di aprire il museo che diventa anche un luogo di ricerca per biologi marini. La guida che ci fa fare il giro tra ossa e denti è, infatti, una studentessa di biologia dall'inglese piuttosto scarso, ma estremamente gentile. Viene fuori che...
Mi astengo dall'infrangere le regole, per una volta, e mi tengo a distanza di circa due metri dalle bestie, non fumo, non raccolgo souvenir e nemmeno me ne vado in giro per i fatti miei. Ascolto, invece, i racconti della guida che, poi, a parte qualche chicca di poco conto, non sono tanto lontani da quanto sentito nei documentari. La bestia in sé è divertente: se ne frega altamente della nostra presenza e, come buona parte di noi, cerca riparo dal vento glaciale che tira a raffiche piuttosto serie. Chiacchiero con la ragazza australiana che gira per la Patagonia con un'amica e l'indomani si farà in pullman i mille e passa chilometri per arrivare a El Calafate: io le consiglio El Chalten. Parlo anche con una donna avanti con l'età che viene, assieme al marito ed al fratello, dall'Oregon di cui mi decanta le meraviglie naturali. Dopo il rientro con i gommoni mi faccio una torta al limone piuttosto buona e una bollente tazza di tè nigro. Ci aspetta ora il giro al museo naturale.
Finalmente si va a caccia di pinguini. Alzataccia con hangover di una certa importanza dopo la serata con gli indigeni. Dalla stanza vedo il mare mosso dal vento e i miei timori vengono confermati all'arrivo al molo: non si farà il ritorno in navigazione come da programma perché il porto di Ushuaia è addirittura chiuso. Le navi da crociera, infatti, sono all'ancora nel canale di Beagle. Andata e ritorno in pullman, insomma, mezzo che non amo particolarmente. Anzi: mi è piuttosto in odio. Salgo e mi siedo accanto ad una ragazza che poi scoprirò essere australiana, ma di origini malesi. Piombo secco nel sonno dell'ubriacone e mi risveglio quando le guide ricominciano a raccontarci di Ushuaia, degli anni '70 e del boom indotto per non perdere il controllo della regione a favore dei cileni. Arriviamo a Puerto Harborton e lì veniamo imbarcati su dei gommoni che ci trasferiscono all'isola Martillo. Da quel momento in poi solo pinguini. Che goduria.

28 February 2017

Gran serata con gente argentina al pub Dublin. Mi viene subito in mente la canzone "dear old Dublin" e la canticchio di continuo tra me e me. In ordine di conoscenza, due insegnanti della scuola d'arte di Ushuaia (sic!), un pescatore, una coppia di ragazzi di Buenos Aires e altri due pazzi che vivono qui. Dulcis in fundo, il problematico adolescente Bautista che prima gioca alla cascata con lo scolo della grondaia e, poi, armato di bastone, tenta -con tutto il mio supporto, ovviamente- di demolire le pareti dell'area fumatori del locale. Me la sono goduta.
Prima giornata a Ushuaia spesa alla ricerca dei tour più fichi per andare a vedere le isole e le bestie della zona. Il paese in sé è forse il più carino che abbia visto fino ad oggi, se non si tiene conto dell'atmosfera di piena libertà di cui era viva El Chaltèn e di cui sento forte la mancanza. Piccole costruzioni colorate intervallate dalle solite orrendezze moderne: lo stacco non è così improvviso o violento come altrove. Tutto sommato, un bel posto davvero. C'è anche un mercatino di artigianato locale gestito da dei ragazzi, con musica stile Woodstock che viene sparata da casse piazzate in mezzo alla piazza antistante il mercato. Bevo un tè caldo e continuo il mio giro. Torno in albergo e mi vizio tra piscina riscaldata con sbocco all'esterno e un room service che un po' mi delude. Mi consolo con la vista dalla mia camera. Jaw-dropping.

27 February 2017

Di colpo il paesaggio cambia, e mi ritrovo in una foresta di montagna che non so riconoscere: alberi, colori e luci completamente differenti da quello che ho visto fino ad oggi nella mia vita. Dopo il passo Garibaldi, inizio a vedere la fine del mio viaggio: all'improvviso ecco Ushuaia. Ci fossi arrivato direttamente in volo, non penso l'avrei apprezzata tanto. Ma così, dopo più di mille e cinquecento chilometri, mi pare il porto perfetto in cui gettare l'ancora. E l'albergo è una vera favola.
Altra frontiera ed altro premio: ritorna l'asfalto. Faccio una piccola danza della gioia davanti ai compagni di viaggio con cui ho condiviso sassi e buche per i precedenti quaranta e passa chilometri. Non sono mai stato così contento di un po' di catrame dipinto. Questione di prospettive.
Eccomi. Sia nella Terra del Fuoco che sulla strada sterrata. Chiedo ad un camionista se è così fino a Ushuaia, ma il mio spagnolo non è dei migliori e, quindi, il camionista mi risponde di sì, dopo aver capito non so bene cosa di quel che gli avevo provato a dire. Ma 'sti cazzi: io proseguo.
Arrivo a Punta Delgada e comincio la ruta 257, la strada che -prendendo poi il nome di ruta 3 in Argentina- attraversa la Terra del Fuoco. Per arrivare lì, però, devo prima passare lo stretto di Magellano col ferry. A bordo gente di ogni genere: motociclisti di ogni parte del mondo, una famiglia in vacanza che ha trasformato alla bell'e buona un furgone in camper, camionisti diretti ad Ushuaia. Mi piace l'atmosfera che si respira.
I primi cento e passa chilometri li faccio sullo slancio della consapevolezza che dalla sera avanti starò fermo per quattro giorni in un solo posto. Ovviamente, il mio entusiasmo va a scontrarsi con la coda alla frontiera tra Argentina e Cile: due ore perse tra code e controlli. Il buon umore è, però, intatto e riparto felice.
Siamo all'ultima tappa per Ushuaia. Quasi seicento chilometri di cui buona parte nella Terra del Fuoco. Sul navigatore si parla di strade non asfaltate, ma non per quanto: faccio sin da El Calafate diverse proiezioni in termini di tempo e distanze per poter digerire la mazzata che mi aspetta. Mi sveglio e parto con una certa serenità: siamo alla stretta finale. Poi sarò ad Ushuaia.

26 February 2017

Il mio arrivo a Rio Gallegos è particolare. C'è il carnevale e per la via centrale, su cui in pratica affaccia il mio albergo -nel quale non ci sono le lenzuola di lino né la doccia a cascata e manco il room service, figuriamoci all'ammmerrrigana-, sfilano gruppi eterogenei di sbandieratori dei vari barrios, associazioni cittadine e club di automobilisti stile fast & furious. Mi faccio un giro, e, poi, me ne vado a messa in una chiesetta lì vicino: il prete ti aspetta sulla porta quasi volesse controllare chi viene e chi no. La funzione comincia con il pretino che avverte che si pregherà con allegria, e di lì a poco l'intera comunità fa gli auguri a uno dei parrocchiani che compie novant'anni. Finita la messa, dopo la benedizione -terminata anch'essa con l'esclamazione "celebramos la missa de alegria-, nessuno si muove: il prete torna all'entrata e, quindi, saluta tra abbracci e strette di mano tutti i fedeli che lentamente se ne vanno. Fantastico.
Quando oramai già si sente il profumo dell'oceano, decido di fermarmi in uno spiazzo dove la gente cucina il pranzo domenicale con strutture da barbecue pubbliche. Accanto c'è un piccolo santuario che visito. Vedo un pacchetto di sigarette per terra e lo getto in un bidone nello spiazzo antistante la piccola costruzione stracolma di immagini del Santo Expedigo per accorgermi che dentro c'è una puzzola. Penso a come salvarla da quella prigione, ma sono terrorizzato all'idea che possa appestarmi con i suoi sistemi di difesa naturali. Approfitto di una famiglia che è appena arrivata nella speranza di godersi un pomeriggio assieme, cuocendo hamburger. Il nonno mi pone davanti all'evidenza che non sono un mago dell'ovvio, rovesciando con cautela il bidone: la puzzola ne esce all'apparenza felice, per poi, però, alzare subito la coda e puntando il suo cannone verso il povero vecchio che se la da rapido a gambe. La bestiola si infila, quindi, nel santuario. A quel punto, mi dileguo.
A El Esperanza c'è una parte della masnada infernale di motociclisti che scorrazzavano per El Calafate, tutti li riuniti per non so quale festival della marmitta sfonda timpani. Però, una volta partito, guidando e al tempo stesso calcolando tempo, velocità e consumo non senza una certa preoccupazione, uno di loro mi ha fatto compagnia per buona parte del tragitto e ci chiacchiero volentieri con lui ed altri suoi compari mentre aspetto il mio turno per la nafta. Ah già. Alla faccia di quel ignaro cornutazzo del benzinaio di El Calafate, qui la benzina c'è. Pija e porta a casa.
La mattina mi sveglio e decido di proseguire in auto. La tappa odierna è di trecento e passa chilometri; destinazione: Rio Gallegos. È la capitale della regione e mi aspetto lenzuola di lino, doccia a cascata e un room service all'americana. Ovviamente, il problema carenza di benzina c'è pure a El Calafate: ho poco più della metà del serbatoio e il benzinaio che mi rifiuta il rifornimento aggiunge che probabilmente manco a El Esperanza ci sarà niente da fare. Io sorrido, e parto.

25 February 2017

Mollate le sue coreane ad un incrocio in mezzo al nulla, arrivo a El Calafate stanco morto: sento ancora la sfida con quel maledetto del Fitz. La cittadina, come mi avevano avvertito i ragazzi della vineria di El Chaltèn, è di un commerciale che, dopo due giorni nella natura più indomita, fa stare male. La cabin con caminetto che mi aspetta è ben diversa rispetto alle illusioni alimentate da Booking: ho le palle girate, sono stanco e comincio a considerare se prendere un aereo da lì e saltarmi i novecento e passa chilometri che mi aspettando nei prossimi due giorni. Vado a letto bello scoraggiato.
Si riparte. Mi aspettano trecento chilometri circa per arrivare a El Calafate e, da lì, al ghiacciaio del Petito Moreiro. A El Chaltèn manca la benzina da due giorni: mi tocca aspettarla e poi, con due matte coreane, inizio il viaggio che, dopo due giorni, dovrebbe -salvo imprevisti- finire a Ushuaia.

24 February 2017

Eccomi. Ce l'ho fatta. Arrivato alla Laguna des Los Tres.
Mi piacerebbe dire che è stata una passeggiata, che, zompettando da un masso all'altro, mi sono fatto gli ultimi due chilometri chiacchierando amabilmente con altri compari hikers, discutendo magari di politica internazionale o di cinema. Ma non è andata così. Per niente. Ho faticato come un mulo, sudando tutti i fiumi di acqua potabile di cui la salita risuonava. Mi sono dovuto fermare e rifermare, mentre giovani, coetanei e persino persone di una certa età mi sorpassavano impietosi, tutti freschi come rose. Grazie a Dio, qualche buon samaritano l'ho incontrato. In diversi mi hanno dato una mano: qualche parola d'incoraggiamento, fermarsi o rallentare il passo con me. Alla fine, dopo una fatica immane -che ancora ora sono convinto mi porterà all'infarto- sono arrivato in cima. Distrutto, fradicio, ma felice, fiero. Ah, Fitz Roy! Pijatela 'n saccoccia, va'!!!
Tiè. La natura mi accoglie con una bestia per divertirmi e con fiumi d'acqua potabile per dissetarmi. Ovviamente non berrò l'acqua e tanto meno mi avvicinerò all'uccellaccio rapace, che potrebbe anche cavarmi un occhio; ma mi pare evidente che tutto gira per il verso giusto. Fitz Roy, sei mio.
Ok. Forse dovrei cominciare a riconsiderare la mia sfrontata convinzione di poter sfidare il Fitz Roy, visto che -diciamocelo- la gente con cui cammino, tra racchette, tute tecniche, borracce-zaino e fisico da iron man, sta, con ogni evidenza, messa molto meglio di me. Ma alla fine non sono le mezze seghe, i ciccioni flaccidi, i nerds e gli sfigati occhialuti che oggi la comandano? Non sono insomma coloro che appaiono i meno adatto a sfangarla alla grande? Dico, ci stiamo dimenticando di Davide contro Golia? E allora proseguo. Sempre molto convinto.
E, quindi, siccome qui si viene a fare hiking, decido che è giunto il momento di sfidare il Fitz Roy, e salire fino alla Laguna de Los Tres. Nove chilometri: che cazzo saranno mai. Mi sento carico.

23 February 2017

Ma c'è una fine alla strada, ai cinquecento chilometri. E che fine...
E quando, poi, diventa addirittura una specie di rally, senza nemmeno mezza indicazione per l'albergo, è la natura a fugare ogni dubbio, a sciogliere ogni preoccupazione.
Gli ultimi chilometri sembrano non passare mai. Se poi devi pure tentare di parlare spagnolo con la coppia di autostoppisti cileni che hai tirato su, è davvero dura pensare che la strada alla fine ti porterà da qualche parte.
Badando a non dar fastidio a loro.
E poi l'orizzonte semplicemente libero: come in Uruguay, due anni fa, il cielo è solo il confine.
Passaporto alla mano, mi ritrovo a far file per ricevere timbri e ottenere lasciapassare per l'auto a noleggio. Da ricordare i "6.5 km" di strada sterrata tra un comando della guardia di frontiera e l'altro: saranno stati -o mi sono sembrati- cinquanta.
Ma ne è valsa la pena.
Oggi sarà lunga. Davvero lunga. E lo scrivo dopo che sono arrivato, con le ore di guida per strade sterrate, senza indicazioni, con l'iphone riportato al medioevo finalmente alle spalle. È stata davvero lunga. Cazzo, sì.
Svegliarsi così.

22 February 2017

L'albergo in cui sono è una fabbrica recuperata. Dall'idea ne è uscito un piccolo miracolo.
Magnata ad una taverna sul porto: panino tipico locale in cui manca solo la savisudda; tutto il resto c'è. La voglia di buttarmi a letto per riposarmi un poco fa a botte con la curiosità è il desiderio di scoprire ancora.
Per strada vengo fermato da dei bambini in bicicletta: uno di loro fa sfoggio davanti gli amici del suo inglese. Io rispondo e lui guarda i compagni trasudando orgoglio. Chiedo a uno di loro di farmi una foto con alle spalle le torri: la ragazzina più grande -che ha in mano un telefono e, quindi, penso possa essere la più capace- mi sposta e riposiziona una decina di volte. Risultato: le torri sono sì alle mie spalle, ma con me davanti a coprirle. Je possino...
Finalmente Puerto Natales. Primi 250 km lasciati alle spalle.
Tronchi di alberi come fossero stati trascinati fin lì da chissà quale onda. Monchi e secchi, compongono un'inquietante foresta.
Altare bizzarro. Non ho trovato nessuno a cui chiedere chi rappresenti l'idolo o quel che è al suo interno: provvederò più tardi. Attorno alla statuetta di quello che sembra un pirata balordo, monete e statuette di pecore. Immagino sia un dispensatore di ricchezze. E la pecora, qui, mi sa che è fonte di ricchezza. Ho scoperto che sono casette che i locali costruiscono per ricordare i loro cari morto in un incidente: il colore rosso e le bandiere servono come monito. Fosse stata una divinità pagana piratesca, sarebbe stato meno triste e lugubre.
Una delle decine di soste, frenate -forse troppo- improvvise, meraviglie inaspettate. Sul laghetto -ad allargar la foto- uno gruppo di fenicotteri che se la gode.
Primi 50 km. Come in Uruguay, l'emozione di pianure che spaziano senza limiti nell'orizzonte.
Ruta fin del mundo. Comincio il mio viaggio senza avere un'idea precisa di cosa mi aspetterà: quali saranno i paesaggi, i colori, le sensazioni.
Le Torres del Paine viste dall'aereo.
Sveglia all'alba. Che manco alba era. Coda chilometrica e poi solo Starbucks per mangiare qualcosa. Nemmeno un loculo dove fumare una sigaretta. Ahi ahi.

21 February 2017

Poche vie. Qualche bar e ristorante, negozi decisamente insoliti almeno come i proprietari o chi vi lavora dentro. La sera si riempie. Non troppo: siamo ancora all'inizio della settimana. Ma abbastanza per convincermi ulteriormente che i cileni conducano le loro vite con pacatezza compita, a volte forse anche un po' melanconica, nemmeno fosse rimasto nel loro DNA lo strappo con la loro antica tradizione, il loro passato di indigeni liberi dalla way-of-life occidentale. Le chiese sono comunque poche. Alla fine, nessuno si è dato alla vida loca: è anche vero che non ho mai fatto proprio tardi, però resta che è gente più fredda di come lo si sia noi latinos del vecchio continente. Vedremo ora in Patagonia. Ieri sera mi hanno detto che l'etnia originaria è più contaminata da noi europei: più frivolezza e superficialità e, quindi, sbronze e delirio.
Colazione al Singular. Hotel gemello di quello in cui dormirò domani in Patagonia. Vado di granchio reale e Sauvignon.
Museo della memoria. Esperienza forte. I cileni non si nascondono. Condannano la dittatura. Ma nel racconto registrato che ascolti durante la visita è come se a portare avanti il golpe fosse stata solo la giunta militare: da tutta la vicenda pare sia estranea la popolazione. Quando parlando delle varie operazioni -stile CIA, c'è un nome per ogni assurdo crimine commesso-, dei DINA, dei desaparecidos è sempre come se si trattasse di entità astratte, estranee a -almeno- quella porzione di popolo che inevitabilmente ha appoggiato Pinochet e i suoi.
Meravigliosa.
Non so che palazzo sia, ma mi piacciono i colori nella foto. Comunque, era vicino alla Cattedrale.
D'improvviso, torri d'avorio nel verde proletario.
Alberi sui tetti di palazzi precipitati da città di altri continenti.
Mentre cammino per il centro storico, mi stupisco di come la presenza della natura sia prepotente a Santiago. Le montagne e il fiume ne fanno parte e al tempo stesso è come se l'uomo cercasse di contenerne la voglia della Natura di riappropriarsi di ciò che è solo suo.
Prossima tappa: centro storico. Suggerimento della Borghi: colazione al Mercado Central; prima, però, giro al museo della memoria e di arte precolombiana.
Prima mattina a Santiago. Ovviamente svegliato dopo nemmeno cinque ore di sonno. Ma va bene così. Rimessa a posto valigia. Devo comprare magliette. Farò colazione in hotel e poi diritto in centro.