Uruguay · 16 Days · 14 Moments · May 2017

Avventura di Jesse a/in Montevideo, Dipartime


20 May 2017

19 May 2017

18 May 2017

16 May 2017

15 May 2017

13 May 2017

Con i ragazzi siamo andati a bere qualcosa nel locale dove lavora Gunnar, il figlio di Luca. È un buon bartender. Verso mezzanotte poi, hanno accesso la musica è spostato i tavoli. Un tizio inglese grosso come un armadio ha iniziato a parlarmi, ho fatto l'errore di dirgli che abitavo a un isolato da casa di freddy Mercury. E mentre annuivo senza ascoltare con troppa attenzione, la sua ragazza ha iniziato a scoparmi con lo sguardo. È andata avanti un bel po'. Inglesi. I miei amici sono musicisti. Ho suonato con loro. Sono brava gente. Fumano un sacco di marijuana. Però fumano paraguaya. La paraguaya è l'erba più economica che puoi trovare. Infatti non è buona. Sono i semi e le foglie. Mi hanno positivamente sorpreso, questi ragazzi, per la loro umiltà e semplicità.

11 May 2017

Peccato che stesse iniziando l'inverno, perché la città mi stava piacendo proprio. Mi affascina molto l'Uruguay. La gente è amichevole e con un certo livello di cultura. Camminando, incontro pezzi di Italia. L'arte e l'architettura per esempio. Puoi mangiare carne squisita, e bere buon vino. Per strada la gente tiene un thermos di acqua bollente sotto il braccio, per poter bere il Mate. È un tè che va bevuto amaro ed è alquanto energetico come il nostro caffè. Le università sono pubbliche e gratuite per tutti.

10 May 2017

Luca mi ha presentato Nico, un ragazzo di Vicenza che sta aprendo una pizzeria dietro l'angolo. Con lui andiamo a provare la cucina armena in centro. Da bere, prendo il primo dei tanti succhi di frutta che il Sud America ha da offrire. L'argomento principale è la nuova uruguaya di Nico. Gli ha lasciato lo spazzolino in casa, e si discute su quanto la cosa possa essere impegnativa per lui.

6 May 2017

Quando ho detto a Carlos che me ne sarei andato il suo volto si è fatto triste. Poi, improvvisamente, ha iniziato a mostrarmi tutte quelle cose che probabilmente teneva in serbo per i giorni successivi. Il camino super efficiente, il bidet utilizzato come vaso per una pianta, le poltrone fatte di pneumatici. Il quartiere dove sta è troppo lontano dal centro, non c'è nulla, la sera è pericoloso e non posso uscire. Vado in una delle zone più tranquille di Montevideo ora. A cento metri dalla spiaggia. Luca ha lavorato una vita a Milano. Sua moglie è morta, lasciandolo solo con il piccolo Gunnar. Quindi ha mollato tutto, ha comprato una casa, e la utilizza come ostello. Ci ho parlato molto, ed è grazie a lui che ora conosco così bene l'Uruguay. La casa non è delle più accoglienti, e sembra abitata da un branco di disperati. Tuttavia mi ci è voluto poco per capire che la gente in Uruguay è molto spartana e che quei ragazzi sono persone meravigliose. Quella sera stessa usciamo a ballare.

5 May 2017

Ho parlato molto con Carlos, di geopolitica, di società, di arte, di viaggi. Una persona molto interessante, con una cultura immensa. Passava le sue giornate chiuso in casa, a imparare cose nuove su internet. Era innamorato di internet. Talmente pragmatico, che quando gli chiesi di prestarmi un libro, mi rispose "Libri? Non servono più a nulla", ribadendo: "you've got the internet!". Ho parlato anche con Juan. Con la moglie e la figlia di 6 anni, Juan era scappato dal Venezuela, trovando rifugio in Uruguay. Mi ha confermato quello che già sapevo sul suo paese, e ho condiviso con loro un po' della mia pasta.
Ho visitato la città come un turista giapponese. Preso dall'euforia del primo giorno, anche i sassi sembravano il magnifico frutto di una cultura sudamericana progressista. Ero tanto sorpreso dalle differenze con l'Europa, quanto sbalordito da come il mio continente avesse effettivamente creato interamente quella società, influenzandone ogni componente. Ho camminato, camminato, e ancora camminato. Ho anche parlato con un po' di persone. Parlato, per modo di dire, visto che, da buon italiano che sono, accompagnavo i gesti con parole difficilmente comprensibili da chiunque.

4 May 2017

Appena arrivato a Montevideo, ho preso un autobus di linea per andare all'ostello, perché il taxi mi sarebbe costato troppo. Ho attraversato la zona più povera della città con nient'altro che un valigione e la paura di quella gente che mi fissava. Appena arrivato all'ostello, ho conosciuto Carlos, un architetto anarchico uruguayano che ha costruito e arredato casa sua con materiali riciclabili, in un progetto che ha chiamato Casa Verde. Li, ho conosciuto due ragazzi francesi che stavano andando al Museo della Cannabis. Ovviamente mi sono aggregato. Non si può fumare se non sei uruguayano, ma io, ovviamente, ho rimediato un "porrito" nel giro di pochi minuti. Lo abbiamo fumato con una ragazza del posto (aveva delle tette stupende, faticavo così tanto a guardarla negli occhi che a un certo punto pure lei me l'ha fatto notare) e con due ragazzi brasiliani. Attraversare un oceano ti stanca, quindi quelle sei ore di fuso orario, sommate al THC nel sangue, mi hanno condotto dritto nel letto.